TROPPO

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26 Maggio 2017.
Attacco in Egitto ad un bus di copti:
35 morti, tra le vittime anche bambini

ANSA.it

Eran trecento.
Giovani e forti.
Scomparsi.
In un solo momento.

Lacrime

troppo poche
per sfidare
la tragedia
del mio tempo.

Come non bastasti
tu
piccolo esercito
di soldati all’attacco

così non bastan oggi
queste lacrime amare
donate ai miei occhi

per sfidare il terrore
per sfidare la sorte
per sfidare l’orrore
per sfidare la morte

così non basta
il mio pensiero
che trattenga quei volti
in un solo ricordo

così non basta
il mio cuore
che conservi il dolore
di ogni tragico evento

per ricordare il terrore
per ricordare la sorte
per ricordare l’orrore
per ricordare la morte

cos’io non basto
per trovar le parole
che distruggano l’odio

cos’io non basto
se in un solo momento
sono morti a decine.

Carmelo Gentile, 2017

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San Sperate, Cagliari, murales.

 

STAGIONI

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Anne  Marie Zilberman, Le lacrime di Freyja

Un ramo.
Cadente
una foglia.

Un cielo.
Cadente
una stella.

Una vita.
Cadente
una speranza.

Un ramo.
Un cielo.
Una vita.

Universo svuotato.

E poi
Primavera

 

Carmelo Gentile, 2017

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Anne Marie Zilberman, L’infante

COMINCIASTI A PERDERTI

 

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Cominciasti a perderti.

Un puntino dentro di te

diventava tuo figlio.

 

Continuasti a perderti.

Dolce scomparire

nel gesto di amare.

 

Minuscole manine

sfioravano il tuo battito

che calmo cambiava il suo tempo.

 

Nessun uomo mai

fu così vicino al tuo cuore

da poterne guardare i battiti.

 

Nessun corpo mai

fu così vicino al tuo ventre

da potersene scaldare d’inverno.

 

nessuno lo fu mai

come lo fui io

crescendo nel tempo.

 

E nel tempo, mamma

Io son rimasto lì a sentire

Il bum di quel tuo cuore stanco

 

che ubriaco d’amore

continua a battere

seguendo un ritmo che non è il suo.

 

E lo sento anche da qui,

una mano sul mio cuore

e so che il tuo è uguale.


Carmelo Gentile, 2017

 

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Una ferita rivelatoria

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Ero sulla via del ritorno. Mentre percorrevo il solito tragitto a piedi, decisi di imboccare la via più breve che, passando dal piccolo bosco di pini, mi avrebbe portato a casa cullato dal silenzio della natura.

Una strana penombra e la nebbia imprevista di quella giornata, mi fecero cedere alla tentazione di immaginarmi immerso in un sogno.

Percorrevo il sentiero, i cui contorni pian piano si arrendevano ai cespugli e alle erbacce.

Sapevo che forse mi sarei perso ma, spinto da un’incontrollabile indolenza, continuai a camminare dimenticando ogni destinazione. Camminavo come si fa in un sogno. Mi muovevo senza il contorno di una meta.

Mentre ero percorso da questi pensieri, una radice sporgente mi fece precipitare in un fosso di rovi.

Non mi accorsi subito di essermi procurato una ferita molto grave. Il taglio sul lato destro, dalla tempia alla bocca, mi percorreva il volto, ma io mi ero ferito come si fa in un sogno. Sanguinavo senza il contorno di un dolore.

Mi districavo per liberarmi dai rovi pungenti, quando una figura umana, improbabile e misteriosa, attirò la mia attenzione. Sembrava un giovane uomo che disperato cercava di ritrovare il sentiero perduto.

Mi dissi che forse avrei potuto aiutarlo e quindi cominciai a seguirlo.

Lo avevo quasi raggiunto, ero sul punto di chiamarlo, ma qualcosa di molto simile all’orrore mi bloccò le parole in gola: le dita dell’uomo si stavano staccando dal palmo come fossero comuni pezzi di carne morta e sanguinolenta. Non feci in tempo a sfregarmi gli occhi per l’incredulità che cominciò a perdere anche i palmi. Il primo e il secondo palmo mi scivolarono accanto. Io ero atterrito, l’uomo sembrava non accorgersi di nulla. Camminava come se il suo problema fosse ancora il sentiero perduto.

Qualcosa dentro di me mi costringeva a seguirlo: il suo corpo continuava a sfaldarsi. Si ritrovò privo di pelle con i tendini che saltavano via come le corde di una vecchia chitarra logora. Ai tendini seguirono i muscoli. E poi ogni parte del suo corpo cedette all’inerzia del disfacimento. Ero ormai all’apice di una paura delirante che mi scaraventò sul fango, svenuto.

Quando ripresi conoscenza mi accorsi che gli occhi dell’uomo mi erano caduti accanto e, orfani delle orbite, sembravano elemosinare aiuto, disperati.

Sobbalzai quando la mia mente ebbe il tempo di ricostruire l’accaduto.

Senza chiedermi perché mi voltai e, come un ladro che ha paura di essere scoperto, mi precipitai a raccogliere l’uomo. E come è evidente, dovetti farlo un pezzo alla volta: le ossa, i muscoli, la pelle e il volto. Provai a ricomporlo, con la speranza che facendolo lo avrei aiutato a vivere. Non lo fece, perché purtroppo aveva perso anche il respiro, ma quello proprio non riuscivo a ritrovarlo.

Avevo affidato a Dio il suo respiro, stavo per andare via, quando cominciai a piangere terrorizzato e disorientato come un cucciolo a cui il cacciatore ha strappato via la madre: un taglio sul lato destro, dalla tempia alla bocca, gli percorreva il volto.

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Orchestra

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La bellezza, in un abbraccio.

Lo splendore, in un sorriso.

La luce, in un saluto.

 

Strumenti da cui sgorga

la melodia del cosmo.

 

Suona musicante.

Suona e non fermare

questa melodia sublime.

 

Risuona questa musica.

Risuona senza sosta

nel cuore di ogni uomo

 

squarcia in ogni dove

le casse dell’amore

 

fino al tempo in cui il tuo mondo

si trasformerà in un palco.

 

Suona musicante.

Risuona e mostra al mondo

l’orchestra dell’amore.

GREGOR GREY (Alle vittime del terrorismo)

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Non vi dirò subito chi sono. Uno come me non dovrebbe parlare e quindi con molta probabilità non mi ascoltereste. Vorrei però che tutti ascoltassero. Vorrei che ascoltando tutti conoscessero il motivo per cui ora io mi trovo qui: unica luce circondata da centinaia di grigi cadaveri, devastati dalla violenza e impolverati dal tempo.

Gregor Grey era un pittore. Potrei definirlo mio padre, ma non ne ho voglia. Era ossessionato dalle forme e dai colori, girava per le città alla ricerca di nuovi scenari da catturare. Ogni suo dipinto era un pezzo di questa nostra terra che, a suo dire, luminosa o buia che fosse, non avrebbe mai tradito la sua perenne bellezza. Amava il mondo come la sua stessa pelle.

Un cupo e freddo mattino di gennaio si ritrovò in mezzo ai campi colpiti da una tremenda bufera. Dalla sua posizione sarebbe stato impossibile ritornare incolume nella sua abitazione. Pensò bene di cercare rifugio nei pressi del villaggio vicino, mentre le nuvole, grigie e pesanti, incombevano su di lui come fossero enormi macigni di ferro. Mille lame affilate cadevano da quei macigni. La pioggia era diventata così violenta che per le strade del villaggio non era rimasto più nessuno.

Gregor Grey, oramai esausto e intorpidito dal freddo, trovò rifugio sotto una capanna di legno abbandonata, anche se sarebbe stato difficile definire rifugio quell’ammasso di travi, ridotto in quello stato da un recente incendio che ne aveva stravolto la forma.

La capanna, nera e consumata dal fuoco, adesso riceveva il colpo di grazia dalla bufera che, forse spinta da un’inerzia demoniaca, distruggeva ogni cosa.

Gregor Grey era un po’ intontito. Osservava confuso il paesaggio intorno a lui. La burrasca irrompeva ma, in un punto dentro di lui che non avrebbe saputo indicare, avanzava piano qualcosa che rallentò i battiti del suo cuore: era tranquillo in mezzo a quella che chiunque avrebbe definito un’apocalisse. Era tranquillo e cauto nel bigio scorrere della tormenta. Era calmo e nel sonno dei sensi dipinse, su una tela grigia, quella cinerea tempesta.

Si risvegliò molte ore dopo, quando oramai la luce tenue della luna aveva spodestato la furia dell’uragano.

Tornato a casa, durante la notte, ritrovatosi di fronte ai suoi quadri pieni di colori e forme sorprendenti, fu colto da un odio incontrollabile. Cominciò a urlare come se avesse l’inferno dentro il suo cuore e, correndo da un punto all’altro della stanza, si ritrovò a distruggere le tele; le scagliava sul muro e su ogni angolo. Quel furore febbrile non gli permetteva di rendersi conto che in un solo momento stava demolendo il lavoro di tantissimi anni di viaggi e di ricerche. Le tele si disintegravano, le tempere e i colori scivolavano sul pavimento e sulle pareti e si mischiavano fino a scomparire in un colore scuro e spento.

Era come se la grigia tempesta del giorno prima avesse trovato una feritoia nella sua anima; sicuramente un passaggio che le permise di entrargli nel cuore. Un cuore che oramai aveva il grigio dentro e  che non avrebbe mai più sopportato un colore che si fosse discostato da quello della torbida tempesta che adesso lo dominava.

Nessuno lo vide più da quel giorno. Gregor Grey sapeva bene che non avrebbe sopportato altri colori intorno a lui. Il grigio lo aveva conquistato e faceva battere il suo cuore tranquillo, come mai prima d’ora.

Con il tempo però un pensiero gli entrò nel cervello: questo lo tormentava, notte e giorno, senza tregua. Non dormiva più alla sola idea che ogni colore ci sarebbe stato comunque, anche se lui chiuso in casa non l’avrebbe visto. Ogni sfumatura avrebbe continuato a vivere nelle pieghe di quel mondo là fuori e questo lo torturava e lo infastidiva a tal punto che i suoi scatti di ira diventarono molto frequenti e assolutamente incontrollabili.

Quando non fu più in grado di controllarsi decise di uscire. Uscì perché aveva una missione da portare a termine. Avrebbe portato il grigio nel mondo. Sapeva che all’inizio gli altri non lo avrebbero accettato, ma era convinto che, terminata la missione, tutti sarebbero stati meglio e più tranquilli. Proprio come lui.

Questa idea lo elettrizzava. Aveva riempito giare immense di un liquido grigio. Era tutto pronto.

Gregor Grey, inghiottito da un delirio incontrollato, durante la notte cominciò a dipingere il mondo di grigio: prati, alberi, case, staccionate, fiori e animali; oramai sentiva che nessuno lo avrebbe più fermato e una giara dopo l’altra anche il lago fuori dalla città perse la sua luce.

Scosso dalla pazzia, all’alba, Gregor Grey aveva deciso che anche tutti i suoi concittadini sarebbero diventati il soggetto di uno dei suoi più grandi capolavori. Non li avrebbe lasciati vivere, se non nella sua tetra opera d’arte.

Sarebbe inutile descrivere la reazione dei cittadini. Prevedibilmente si opposero al progetto di un uomo che, ai loro occhi, era chiaramente stato portato via dal fanatismo e dalla follia.

Gregor Grey oramai tramava, immerso in un odio sconsiderato, di uccidere una famiglia dopo l’altra. Era persuaso che prima o poi tutti si sarebbero convinti. Anche coloro che stavano risistemando la città, cancellando la sua grigia fatica.

Cominciò con una famiglia fuori dalle mura della città, che viveva in una piccola casa vicino alla capanna che era stata il suo rifugio durante la tempesta. Chiese ospitalità e, a tradimento, riuscì ad ammazzare tutti sotto i tremendi colpi del suo pugnale. Il sangue rosso, che sgorgava a fiotti dai loro corpi dilaniati, lo accendeva di ira. Non avrebbe sopportato ancora per molto tutto quel colore. Decise, trasportato dall’istinto, di bruciare i corpi. La grigia cenere lo avrebbe calmato.

Le fiamme però presero il sopravvento e spensero la sua ira regalandogli la morte.

Sono passati molti mesi da quel fatale giorno. Nessuno è mai entrato in questa casa, dimenticata come la famiglia che aveva ospitato.

Ora mi trovo qui. Unica luce circondata da centinaia di grigi cadaveri, devastati dalla violenza e impolverati dal tempo.

Ora mi trovo qui. Sono una margherita nata dalle ceneri di Gregor Grey. Potrei chiamarlo padre, se non fosse per il disgusto che mi suscita farlo. La sua storia è inscritta in ogni fibra del mio essere: non solo la conosco ma, mio malgrado, è proprio la storia che ha fatto sì che io ora fossi qui a raccontarvela.

Carmelo Gentile

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José Saramago, Cecità

Editore: Feltrinelli

Pagine: 288

Prezzo: EUR 9,50

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Le parole che Saramago ordina sui fogli del suo romanzo, Cecità, ci proiettano in una realtà che per il momento possiamo definire distopica: non si sa dove e non si sa nemmeno perché, ma i personaggi del racconto si ritrovano a perdere la vista uno dopo l’altro. Questo però è soltanto il primo anello di una lunga catena di perdite che, se non controllate, potrebbero precipitare sempre più giù, fino all’ultimo tragico anello: la perdita dell’umanità e quindi di tutte quelle cose che ci rendono uomini, prima fra tutte l’essere per l’altro.

Non credo che a Saramago interessi verificare la bontà o la malvagità delle reazioni dei suddetti ciechi: nessuno infatti potrebbe arrogarsi il diritto di giudicarle visto che “con le budella in pace chiunque può avere delle idee, discutere, ma quando il corpo ci fa impazzire di dolore e angoscia, allora sì, si vede che povero animale siamo”. Quindi il lettore non è portato a puntare il dito sui personaggi, ma è accompagnato fino al limite più estremo, ossia fino al punto di immedesimarsi con i ciechi o, meglio ancora, fino al punto di rendersi conto di essere egli stesso un cieco che pur vedendo non vede; e allora il racconto, che prima abbiamo definito distopico e quindi irreale, diventa reale: così la nostra incapacità di vedere il senso vero della realtà che ci circonda diventa la cifra delle nostre azioni, dei nostri errori e delle nostre incertezze.

Tuttavia molti di noi, nel loro non vedere, riescono a intercettare un barlume di luce: una luce che dia un senso e che aiuti a camminare nelle difficoltà della vita.reuters0000d745cxw200h208c09

Questo barlume è presente anche in questo libro che, pur franando nel buio e nel pessimismo, conserva questa luce: una Speranza che nel racconto è personaggio, invece nella vita di un cristiano si fa persona di carne.

Carmelo Gentile

L’uomo che volava verso Dio

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Davide Pacini, sulla spiaggia al tramonto, olio su cartoncino, 30×40 cm, 2014

Sempre più su nel cielo azzurro pieno di nuvole e ricolmo di sogni.

Sempre più su.

Sembra un volatile oppure un angelo, in realtà è un uomo.

Fisso il suo folle volo. Un volo verso qualcosa che ancora non conosce, ma dice di conoscere.

Fisso il suo folle volo verso Dio.

È leggero, molto leggero e danza su nel vento morbido.

Nessun pensiero è lì per appesantirlo, né tanto meno la gente. Non vuole essere distratto. Ha un grande obiettivo da raggiungere. Un grande ideale da seguire.

Io provo a guardare oltre, mi piace osservare. Fisso quell’uomo, entro nei suoi occhi. Quegli occhi sembrano spaventati. Si! Spaventati. Atterriti dal mio sguardo! Forse questi miei occhi, che si immergono nei suoi, lo spingono un po’ più giù, sulla terra.

E allora si volta e continua il suo volo leggero.

Da qualche anno ormai vado da lui. Lo guardo mentre fluttua incantato sull’aria fresca, vestito di nuvole e vento.

Ma oggi non c’è o almeno io non riesco a vederlo.

Bé questo mi rende felice, avrà incontrato Dio, mi dico.

Mentre penso a queste cose un anziano signore mi passa accanto e comincia a seguire i miei passi sulla spiaggia calda che, lì accanto a noi, lascia spazio all’oceano infinito. Mi cammina accanto questo anziano signore. Non alza lo sguardo, evita di incrociare i miei occhi. Mi sussurra qualcosa.

Dice che ieri, sul calar della sera, c’erano dei solchi su questa sabbia, non molto profondi. Prima che il mare li regalasse all’oblio quei solchi riempivano la spiaggia.

Quei solchi.

Passi leggeri di una giovane donna, che passava di lì per godersi un tramonto sulla riva di quel mare.

Questo anziano signore, senza nemmeno accertarsi che io stia continuando ad ascoltare ciò che ha da dirmi, continua a parlarmi. Mi parla di lei. Racconta le sue gambe. Descrive i suoi seni. Si perde nei suoi occhi a mandorla, che a un tratto mi dice, si alzarono verso il cielo e fissarono l’uomo che da anni ormai volava verso Dio.

Questo anziano signore racconta. Il tono della sua voce pacata, non è più lo stesso. Mi dice che l’uomo che volava verso Dio, come un grande meteorite è atterrato sulla spiaggia con un enorme tonfo. Enorme e improvviso.

La ragazza è scappata. Ha cominciato a correre veloce verso la città, continua a dirmi l’anziano signore, ed io, mi dice, sono qui, vecchio e stanco, ad aspettare quella donna che, col suo sguardo, mi ha strappato dal mio cielo con violenza inaspettata.

Piange l’anziano signore. Poi si ferma e scruta quel suo cielo azzurro da un’altra prospettiva, poi volge lo sguardo alla città, infine fissa i miei occhi e come se si vergognasse mi sussurra che, dopo anni di cielo leggero e di morbido vento, gli è bastato un solo giorno per riuscire a contemplare quel Dio che cercava.

Quel Dio lo ha trovato. Si! Ma lo ha trovato dove non si sarebbe mai aspettato: nello sguardo selvaggio di quella giovane donna.

Un Dio fatto carne! Come ho potuto non capirlo! Continua a dirmi questo anziano signore e piangendo si allontana, si incammina e la città credo sia la sua meta.

Non credo che lo rivedrò ancora.

Io resto lì a fissarlo. Si allontana fino a diventare quello stesso puntino che era un tempo. Quel puntino lontano nel cielo ha ritrovato la patria perduta, e ora lotta. Si! Credo che ora stia lottando con se stesso. Per riconciliarsi con quell’uomo che ha sempre rifiutato. Quell’uomo che avrebbe voluto strapparsi le carni e bruciarle nel fuoco. Quell’uomo che avrebbe voluto essere un angelo. Quell’uomo ora si accorge di essere uomo. Ora scorge nei labirinti del suo essere un’umanità che anche le stelle gli invidiano. Un’umanità che porta l’impronta di uno strano creatore.

Ora ho come la sensazione che questo ignoto creatore, se è così che ci ha voluti, vorrebbe questo da noi: vorrebbe che vivessimo la nostra umanità fino in fondo. Con le sue pesantezze e le sue contraddizioni.

Fino nel fondo del bicchiere. Fino a sentirci dissetati da quel liquido denso e scuro che è la vita. Vino inebriante che più ne bevi e meno ci capisci qualcosa.

Avessi una tela infinita

infiniti colori

pennelli grandi come alberi,

proverei a disegnare Dio!

Molti ci hanno provato,

ma hanno dato uno spazio

a un Dio che non ne ha;

hanno sempre posto un limite

a un Dio che non ne ha!

No! Dio non può starci in una tela!

Avessi un quaderno infinito

un oceano di inchiostro

parole come stelle,

proverei a descrivere Dio!

Tanti hanno tentato,

ma hanno trasformato in favola

un Dio presente e vivo;

hanno sempre posto un limite

a un Dio che non ne ha!

No! Dio non può starci in un quaderno!

Potessi usare un fiume

come uno spartito immenso

dove le note sfociano nel mare interminabile,

proverei a suonare Dio!

Molti hanno ambito a questo,

ma hanno dato un tempo

a un Dio libero e imprevedibile;

hanno ancora posto un limite

a un Dio che non ne ha!

No! Dio non può starci nella musica!

Ma allora Dio dov’è in questo mondo

che ha il limite inscritto in ogni dove…

ma allora Dio dov’è in questo mondo

dove l’infinito si può solo pensare?

Ma allora Dio dov’è in questo mondo

dove nessuna tela

nessun quaderno

e nessuno spartito

hanno mai contenuto Dio?

Allora?

Dio dov’è in questo mondo?

Un bambino,

poi diventato uomo

ci ha permesso di disegnare,

descrivere e suonare

un Dio che non ha limiti!

Solo nell’uomo

Dio

si è potuto rivelare

Solo l’uomo ha in sé

Dio

l’Infinito

Solo l’uomo è infinito

e non ha posto limiti

a un Dio che non ne ha.

Carmelo Gentile, 2017

Rondini

Correnti invisibili

di un’imprevedibile brezza

tracciano il cammino

di viaggiatori alati.

Correnti invisibili

di un impercettibile soffio

disegnano il destino

della speranza umana.

Correnti invisibili

della storia del mondo

plasmano il futuro

di viaggiatori in camicia.

Corrente invisibile.

Provvidenza

ineludibile e vera

di ogni uomo in cammino

Carmelo Gentile, 2017

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Martina Dalla Stella, Rondini, olio su tela, 80×115 cm, 2013